Attualità
12 Maggio 2022Per Confcommercio è un dato che non deve sorprendere
A marzo è tornato il segno meno sulle vendite al dettaglio dopo la discreta performance di febbraio. Secondo i dati preliminari diffusi dall’Istat c’è stato un calo dello 0,5% in valore e dello 0,6% in volume rispetto al mese precedente, con le vendite di beni non alimentari giù dello 0,8% in valore e dello 0,7% in volume e quelle degli alimentari stazionarie in valore e in calo in volume (-0,6%).
In confronto allo stesso mese del 2021 risulta un aumento del 5,6% in valore e del 2,5% in volume, mentre su base trimestrale emerge una crescita in valore (+0,2%) e una diminuzione in volume (-0,8%).
Dal confronto con lo stesso mese dell’anno precedente emerge un aumento per i beni non alimentari (+11,6% in valore e +10,4% in volume) mentre i beni alimentari registrano una diminuzione in valore (-0,5%) e, in modo più netto, in volume (-6%). Tra i beni non alimentari, in crescita tendenziale tutti i gruppi di prodotti a eccezione di dotazioni per l'informatica, telecomunicazioni e telefonia (-0,5%). Gli aumenti maggiori riguardano calzature, articoli in cuoio e da viaggio (+24,6%), mobili, articoli tessili, arredamento (+20,9%) e abbigliamento e pellicceria (+20,5%). Sempre rispetto a marzo 2021, il valore delle vendite cresce per la grande distribuzione (+4,6%), le imprese operanti su piccole superfici (+7,7%) e le vendite al di fuori dei negozi (+7%), mentre è in calo il commercio elettronico (-3,9%).
«Il calo registrato, in termini congiunturali, dalle vendite nel mese di marzo non è una sorpresa ed è in linea con il rallentamento dell’economia e la persistente crescita dell’inflazione» commenta l’Ufficio Studi Confcommercio. «Le famiglie cominciano ad avere atteggiamenti decisamente più prudenti nei confronti del consumo, in particolare per quei segmenti ritenuti meno necessari. Situazione che si legge anche nel rallentamento registrato nei periodi più recenti dal commercio elettronico».
Non va certamente meglio all'industria per cui le stime del Centro Studi di Confindustria prevedono un calo congiunturale del 2,5% ad aprile. Ad ostacolare la produzione sono la crisi energetica e la carenza di materiale, problema sollevato da 23 imprese su 100 (nel 2019 era soltanto una su 100). Questo comporta significativi ritardi sui tempi di consegna nonché pesanti oscillazioni dei prezzi che impongono, a loro volta, frequenti revisioni dei listini.
Tale situazione però, è importante rimarcarlo, non riguarda solo l'Italia. In Germania, ad esempio, la produzione ha perso il 3,9% su base mensile e il 3,5% rispetto al marzo dell'anno passato. L'80% delle aziende segnala rallentamenti della produzione legati alla mancanza di forniture. Poco meglio in Francia, dove il comparto ha perso lo 0,5%. Mal comune mezzo gaudio direbbe qualcuno, ma a conti fatti resta soltanto una ben magra consolazione.
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