Vino
19 Luglio 2024In difficoltà pure i prodotti luxury che sembrano aver perso lo smalto degli anni passati
I consumi di vino negli Stati Uniti stentano a ripartire: il saldo tendenziale dei primi cinque mesi del 2024 basato sugli ordini dei magazzini da parte di Horeca e grande distribuzione segna un -8% di vendite complessive e -6% per i prodotti del Belpaese. A rilevarlo è l’Osservatorio Uiv-Vinitaly su base SipSource che misura le vendite e gli effettivi consumi nel breve termine.
Contestualmente, anche l’ipotizzata fine del surplus di magazzino tra i distributori resta una chimera, visto che il rapporto tra stock di alcolici e vendite effettive viaggia ancora a livelli molto alti con un’eccedenza di circa 10 miliardi di dollari. Tutti i principali Paesi fornitori dunque assistono a un calo generalizzato ad eccezione del Cile (+12%) che invece ha puntato sui prezzi da saldo. L’Italia (-6%) fa meglio di Francia e Stati Uniti (-8%), di Australia e Spagna (-11% e -10%), ma non della Nuova Zelanda, scesa anch’essa in terreno negativo (-1%).
Per il nostro Paese i segni negativi sono sparsi: dal Pinot grigio (-7%) al Chianti (-14%), con la notizia che a fare meno peggio sono questa volta i rossi (sottozero da settembre 2022), che chiudono i cinque mesi a -6.5% contro il -8% dei bianchi.
Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, poteva andare anche peggio senza la stabilità del Prosecco (-0,6%) e dell’Asti (+1,6%) ma soprattutto senza la rilevante crescita dei metodi charmat non Prosecco (+7%), che oggi valgono il 24% dei volumi di spumante italiano consumati negli Usa. Un dato in netta controtendenza, quello degli charmat tricolori a basso costo (prezzo medio al consumo attorno ai 13 dollari), rispetto al trend delle bollicine nel primo mercato al mondo, con lo Champagne a -15%, il Cava spagnolo a -11% e gli sparkling domestici a -11%. Un dato evidentemente generato dalla forte tendenza cocktail che abbraccia sempre più la categoria, con crescite tumultuose tra gli 8 e i 13 dollari: +40% da gennaio a maggio. Una pulsione dal basso che per ora sembra concentrarsi in due areali ben definiti: la West Coast (+36% di vendite e 30% di share) e il Midwest (+9% e 18% di share).
«Sapevamo che sarebbe stato un inizio di anno complicato ma sappiamo anche che il vino italiano ha anticorpi adeguati per reagire alle difficoltà - commenta il presidente Uiv, Lamberto Frescobaldi. In questa fase bisogna fare le mosse giuste: c’è l’esigenza di sostenere un cambiamento in atto già da vent’anni nella vigna italiana. Il settore si sta adattando ai mutati stili di consumo modificando il proprio potenziale produttivo meglio di altri Paesi, prova ne sia che oggi gli spumanti italiani rappresentano il 33% del totale dei consumi di vino del Belpaese negli Usa, quasi il quadruplo rispetto alla quota sparkling generale (9%). Ora serve fare di più, a partire dalla promozione fino alle politiche d’impresa – dalla managerialità alla flessibilità - che devono essere recepite dalle istituzioni, senza cedere a chimere assistenzialiste che nuocciono fortemente allo sviluppo».
Assalita dai dubbi pure la premiumizzazione: a parte qualche nome prestigioso (Brunello e Chianti Classico, ma anche Bordeaux superiore, Pomerol e Margaux) che in generale vede crescite, tra i classici del Vecchio Continente sembra perdere smalto il segmento luxury (over 50 dollari al consumo), con i rossi italiani a -8% e quelli francesi addirittura a -16%.
Difficoltà anche per i bianchi ultra-premium, tra 25 e 50 dollari: il totale mercato è a -10%, con l’Italia a -12% la Francia a -6% e la Nuova Zelanda a -18%.
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