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11 Maggio 2023

L'export vola, il fuori casa cresce e il made in Italy si conferma ma l'industria deve cambiare approccio

Nonostante i successi, non si può dormire sugli allori specialmente in un momento in cui l'inflazione mette a dura prova il ceto medio


L'export vola, il fuori casa cresce e il made in Italy si conferma ma l'industria deve cambiare approccio

Dal 2010 al 2022 l’export dei prodotti alimentari italiani è praticamente raddoppiato e dal 2020 è passato da 430 miliardi di euro a 620 miliardi, ma occorre ripensare al tipo di approccio.

«Nel mondo c’è un pregiudizio positivo riguardo al Made in Italy che richiede la presa di coscienza delle opportunità che si aprono» commenta Giuliano Noci, docente di Strategia e Marketing al Politecnico di Milano. «Bisogna quindi rifuggire dal rischio di “commoditizzazione” e posizionare i prodotti rivolgendosi un target medio-alto, recuperando le dimensioni della sostenibilità ambientale. Ugualmente è un errore affrontare l’export senza una selettività nelle strategie di internazionalizzazione per Paesi e territori target. Inoltre bisogna uscire anche dalla trappola del Made in Italy pensando che l’eccellenza di prodotto sia da sola garanzia di successo.

Il differenziale competitivo va messo nella capacità di gestire le relazioni con il mercato e di generare esperienza positiva. Nelle aziende deve quindi affermarsi una cultura di marketing sostenuta dalla dimensione della trasformazione digitale per garantire la tracciabilità di filiera (a sostegno della qualità del prodotto e a differenza dell’italian sounding) e abilitare il racconto delle capacità di fare i prodotti. Per questo motivo è essenziale investire sul capitale umano».

Se le imprese dell’Industria possono contare sul volano dell’export, per quelle della distribuzione il punto critico è come far fronte a questa situazione complicata, prima che il largo consumo si restringa. «A fronte della polarizzazione dei consumi per aree geografiche, per fasce sociali, per reddito i consumatori fanno delle scelte: visitano un numero maggiore di punti vendita, riducono lo spreco e quindi acquistano meno freschi per evitare di buttarli, acquistano meno in promozione e quindi fanno meno scorta» afferma Maniele Tasca, direttore generale di Selex Gruppo Commerciale. «Il pericolo reale è lo scivolamento progressivo verso il basso del ceto medio, le cui scelte influiscono sulle vendite, soprattutto dei prodotti di qualità. Che oggi devono essere sostenibili e accessibili. Ecco, rischiamo di perdere quella fascia di popolazione che non può più accedere alla qualità. Per la filiera tutta è fondamentale mantenere questa fetta dei consumi. Per contro vediamo che altri prodotti, come quelli pronti, hanno un trend in crescita nonostante i prezzi più elevati, probabilmente perché il consumatore gli riconosce un valore aggiunto».

A porre l'accento sulla tematica è anche Dario Baroni, amministratore delegato di McDonald’s Italia: «Sebbene nel lungo periodo il trend dei consumi fuori casa sia in crescita, l’inflazione sta cambiando le abitudini: il trading down dei consumi penalizza chi non offre una corretta equazione tra esperienza e prezzo».

«È un quadro parecchio complesso in cui l’elemento più critico è il disallineamento tra domanda e offerta, tra quantità e qualità, e le imprese sono chiamate a essere flessibili e dimostrare capacità di adattamento» conclude Alessandro d’Este, presidente di IBC - Associazione Industrie Beni di Consumo.

«A nostro avviso però sono prioritarie politiche industriali con cui favorire l’incremento della produttività, l’accesso al credito, l’export, gli investimenti per la crescita dimensionale delle imprese e il sostegno alle transizioni sostenibile e digitale. Sono i fattori strategici per rafforzare l’industria italiana dei beni di largo consumo. Il punto d’arrivo è il miglioramento dell’efficienza della filiera, indispensabile per garantire la competitività sul mercato interno e internazionale».

TAG: ALESSANDRO D'ESTE,DARIO BARONI,ESPORTAZIONI,GIULIANO NOCI,MADE IN ITALY,MANIELE TASCA,TENDENZE

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